mercoledì 17 febbraio 2016

Alessandro Rocchi - Cultura digitale (e musicale) tra censura e libertà

Mi piace sfogliare il vocabolario, con la scusa di approfondire il significato di una parola o le sue possibili varianti e origini. Così ho fatto anche stavolta cercando il significato della parola censura. L’indagine non è banale, perché la definizione a ben vedere è aggiornata al secolo scorso: “Esame, da parte dell’autorità pubblica o dell’autorità ecclesiastica, degli scritti o giornali da stamparsi, dei manifesti o avvisi da affiggere in pubblico, delle opere teatrali o pellicole da rappresentare, che ha lo scopo di permetterne o vietarne la pubblicazione, l’affissione, la rappresentazione, ecc., secondo che rispondano o no alle leggi o ad altre prescrizioni”.

Nella civiltà attuale, super mediatica e fondata su Internet, sono quotidiane le illazioni e le denunce che lamentano il controllo della cultura (e dell’informazione) da parte di Stato, Sovrastato, poteri forti, banche, lobby, sedicenti massonerie, corporazioni, sindacati e partiti vari etc (la lista potrebbe essere lunga quasi a piacimento).

Nel marasma di situazioni in cui la libertà d’espressione sembra irrimediabilmente corrotta dal giogo di gruppi di potere che vorrebbero asseritamente controllarla, ci sfugge la presenza di un nuovo protagonista comparso – suo malgrado – proprio sul palcoscenico della cultura digitale: noi stessi.
Internet (e più in generale lo scambio di contenuti digitali) è un’esperienza al centro della quale c’è l’utente, il navigatore, in altre parole noi. Il vero problema è se quel noi voglia (e possa) essere soggetto invece che oggetto: il confine è sottile. Appena ci colleghiamo col web da essere apparentemente padroni delle nostre ricerche, finiamo con lo scoprirci pedinati attentamente. Ci dicono che i nostri dati di navigazione e le nostre preferenze saranno raccolti ed elaborati per fornirci “un’esperienza utente migliore”, ma l’espressione è solo ruffiana. Vogliono tracce di noi per inviarci pubblicità mirata.

Eppure Internet è nata per essere user-centric, per avere noi al centro: il primo decennio del 2000 è stato quello dell’ascesa dei blog, i diari on line che chiunque poteva aprire per dare sfogo a commenti politici, musicali, ricette di cucina e varie amenità. I blog più originali sono diventati famosi. I blogger più bravi oggi hanno finestre riservate sulle principali testate giornalistiche (pensate all’Huffington Post, nato come collage di articoli redatti da blogger!). 
Successivamente il focus è passato dai blog ai social network, ma qui sono le nostre vite a diventare il contenuto da veicolare in rete.
In tutta questa serie di passaggi la nostra cultura, il sapere e la conoscenza, sono state trasferite nel mondo digitale e rese (almeno in parte) disponibili su Internet, a pagamento o per libera iniziativa di utenti. E’ a questo punto che sono emerse nitidamente due limitazioni importanti alla libera circolazione del sapere (e della cultura).
Una prima limitazione esisteva già e si è dovuta adattare ai tempi: è il diritto d’autore (copyright alla maniera anglosassone). Il diritto d’autore rappresenta il tentativo dello Stato di tutelare l’opera creativa in tutte le sue forme. Hai elaborato una musica, un testo narrativo, una trama teatrale oppure un software originale? Bene! Lo stato ti attribuisce il potere di disporre della tua opera come meglio ritieni: “tutti i diritti sono riservati – All Rights reserved”! Vi sarà capitato di leggere in calce a un libro o ad un cd queste paroline… Significano che, se non hai il permesso dell’autore, quel libro, quel cd, quel video etc etc non li potrai utilizzare: rimarranno, per te, sapere inaccessibile.

In questo schema l’Autore sembra “al centro del mondo” ma la pratica ci ha insegnato che, dove circolano capitali, gli editori utilizzano la loro capacità economica e organizzativa per acquisire i diritti degli autori in cambio di royalties, di fatto sostituendosi agli autori nella gestione dei “permessi di utilizzo” delle opere creative. Questo scenario, con la crisi economica degli ultimi decenni, ha colpito duramente il sapere in generale: le biblioteche pubbliche (anche universitarie) hanno sempre meno fondi per acquistare libri, cd e opere creative e i grandi editori (nel frattempo aggregati in pochi macro-soggetti, dopo tante fusioni) hanno fatto valere un potere quasi monopolista, imponendo la scelta delle opere e il loro prezzo d’acquisto. Il risultato è che oggi la diffusione del sapere, scientifico e culturale in senso ampio, è fortemente messo a rischio dalle scelte commerciali dei grandi editori. Lo Stato è sempre più povero e non riesce a garantire libero accesso al sapere: ad essere pubblicati e conservati nelle biblioteche ed emeroteche non sono sempre le migliori opere o le migliori ricerche scientifiche. 

L’asservimento di autori ad editori e l’incapacità degli Stati sovrani di orientare la selezione editoriale e la fruibilità dei contenuti ci conducono ad una nuova forma di condizionamento del sapere, dove un ruolo importante è segnato dal commercio e dalle sue oligarchie.
La seconda limitazione è meno complessa, ma sorprendente: sono le nostre libere scelte. Quando navighiamo in rete, condannati alla nostra rapidità di ricerca, alla velocità di lettura, all’apprendimento immediato, operiamo anche noi una selezione di ciò che troviamo e tanto più la selezione sarà fulminea, tanto potrebbe essere allineata alla volontà commerciale dei grandi editori. Un po’ come entrare in libreria e anziché rovistare tra gli scaffali comprare subito uno dei titoli in vetrina. 
Potrebbe non essere un gran problema, se non fosse che nel mondo di Internet la selezione dei contenuti da cui scegliere viene effettuata dai motori di ricerca (leggi: Google, Youtube etc) e i motori di ricerca selezionano il sapere in base a criteri di rilevanza spesso ignoti, intuitivamente privilegiando contenuti dal profilo commerciale più significativo. 

La stessa cosa avviene sui social network dove siamo noi a scegliere cosa condividere e con chi. Mettere in piazza la nostra vita è una nostra scelta; anche se spesso non ce ne rendiamo conto siamo noi a scegliere cosa vogliamo che sia ricordato oppure dimenticato. D’altronde, cosa sono il sapere e la cultura se giacciono dimenticati in un magazzino (pensiamo all’ultima pagina dei risultati di Google che nessuno considera) e magari chiuso a chiave (col lucchetto del diritto d’autore)?
Oblio generato dalle nostre scelte e il diritto d’autore, oggi, rappresentano il vincolo più pesante alla libertà di divulgazione culturale, ma sono anche due elementi naturali del sistema: scegliere è nella natura delle cose e parimenti, a ben vedere, la legge sul diritto d’autore permette a chiunque di decidere liberamente la sorte delle proprie opere creative.
Il problema quindi è l’approccio a questi aspetti. Prendiamo un esempio che ci sta a cuore: la musica.
La nascita di piattaforme, come Spotify, Deezer, sembra quasi un compromesso nel contenzioso che da anni oppone la pirateria informatica alle major discografiche. Un piccolo canone mensile e si ottiene libero accesso a tutta la musica del mondo. Tutta tutta? No, in realtà si tratta solo di quella selezionata dall’impresa commerciale che vende il servizio. 

A cambiare gli equilibri del sistema, dunque, non possono essere le nuove imprese da sole ma devono essere i singoli Autori e utenti, dal basso e in proprio, dando vita ad iniziative e nuovi modelli di produzione e fruizione musicali aperti. Dal lato degli Autori per esempio possiamo pensare alle piattaforme di crowdfunding per la raccolta di fondi su progetto (es. musicraiser.com), ai network per la ricerca di collaborazioni (es. epsteim.org), ai progetti informativi e culturali (es. promuoveremusica.it), alle comunità open source che lavorano su software musicali aperti, utili ad esempio per le registrazioni (es. libremusicproduction.com).
Il progetto di un’artista può essere realizzato in comunità e grazie alla comunità. La promozione avverrà su canale diversi da quelli del mainstream ma le risorse non mancheranno, anche per chi dovesse decidere di affidarsi ai produttori indipendenti (in Italia una associazione che ne raccoglie diversi è PMI, pmiitalia.org).

A questo punto al nostro Autore musicale manca l’anello di congiunzione con l’utente finale del prodotto musicale. Chi si rivolge ai produttori indipendenti vedrà proposte varie soluzioni e potrà dedicarsi alla promozione sui canali sociali e non. Una scelta innovativa invece potrà venire dall’applicazione alle opere musicali di regolamenti del diritto d’autore (licenze) non restrittive. 
Il diritto d’autore infatti può anche lasciar libero l’utente finale di ascoltare e condividere per uso personale alcuni brani, facilitandone la diffusione e magari lasciando a pagamento (diritti riservati) l’acquisto di un intero album, oppure di una confezione premium. Altra frontiera è l’abbinamento tra vendita e concerti: un trend reale degli ultimi anni sposta il lucro per i musicisti dalla vendita del cd/mp3 alla partecipazione live.
Insomma, ci sono margini importanti per una diffusione maggiore della cultura musicale nell’epoca di Internet e questo richiede non solo uno sforzo creativo e organizzativo da parte dell’Autore ma anche una predisposizione culturale maggiore da parte dell’utente finale. D’altronde il web è risorsa e sta a noi tutti saperla valorizzare.

Vuoi maggiori informazioni sui tuoi diritti di utente e/o Autore? Chiedi! info@cambiapasso.it

ALESSANDRO ROCCHI – Presidente Assoutenti AMB, associazione nazionale di consumatori e utenti.

E cambiarono per sempre il rock - Pierfrancesco Pacoda

Come ho avuto modo di ricordare in una delle edizioni precedenti del’ Music Freedom Day’, la relazione delle subculture con la censura è sempre stato molto dinamica. Se è vero che le subculture, per loro stessa definizione, fanno del ‘segno’ uno strumento per esprimere la propria diversità, appare inevitabile che la cultura dominante metta in atto ogni possibile forma di difesa per provare a conservare la sua pratica di omologazione. ‘ I Fought the Law The Law Won’ cantavano i Clash, riprendendo una canzone del 1959.
E se la legge vince non resta che colpire al cuore la tranquilla sostenibilità delle rassicuranti canzoni pop.
Come fecero i Sex Pistols con la devastante carica di ‘God Save the Queen’. E, contro le etichette che non volevano produrli, contro le radio che non volevano trasmetterli, contro i negozi che non volevano venderli, arrivarono al primo posto delle classifiche di vendita.

PIERFRANCESCO PACODA


martedì 16 febbraio 2016

Anna Albertano - Il volto meschino della censura

Ho avuto modo negli anni d’incontrare persone colpite da censura, non solo culturale. Ricordo uno scrittore turco che a Istanbul non poteva esprimersi liberamente perché sorvegliato, un attore siriano in Italia che doveva usare uno pseudonimo perché controllato dai servizi segreti del suo Paese, ma anche uno scrittore arabo di fama internazionale che nelle interviste eludeva certe domande per evitare problemi di censura. E ricordo purtroppo uno dei fautori della censura nei confronti di una grande scrittrice egiziana, costretta all’esilio, invitato di recente a importanti manifestazioni culturali italiane, apparire nei media come personalità di rilievo del proprio Paese. La censura culturale, parte della censura in generale, è applicata abitualmente in regimi autoritari, ma come si sa, non manca neppure da noi, anche se imbocca altre vie.

Ci sono forme di censura che hanno condizionato e continuano a condizionare la stessa cultura nazionale determinando l’esclusione di opere letterarie e artistiche che non rientrano in certi canoni estetici, spesso si tratta di scelte a livello istituzionale operate con fondi pubblici, ma non solo, talvolta da commissioni composte da figure non sempre all’altezza del compito. Si potrebbe aprire un infinito discorso sulle strettoie imposte nei vari campi artistici e culturali da determinati orientamenti, sono scelte che nel tempo contribuiscono a caratterizzare l’espressione nazionale, se non a deformarne, sicuramente ad alterarne l’identità culturale. L’impoverimento che ne segue, per usare un tema caro agli ambientalisti, è pari a quello di un territorio ricco di  biodiversità ridotto a monocolture.

Poi c’è la censura nell’informazione. In tempi in cui la diffusione culturale è ostacolata dalla proliferazione di eventi e occasioni, spesso nella loro banalizzazione, e insieme da una crescente disaffezione, in un Paese in cui purtroppo la cultura non è affatto considerata un valore, o non abbastanza, tutto cade velocemente nell’oblio. Oggi, lo sanno tutti, per essere ad esempio scrittori, più che saper scrivere conta essere inseriti nei mezzi di comunicazione, non averne l’accesso è come non esistere, e i cerchi si stanno sempre più restringendo.
A chi non è capitato, seguendo le indicazioni delle pagine culturali di un quotidiano, di trovarsi di fronte ad un evento al di sotto di ogni attesa, e scoprire che lo stesso giorno nella stessa città si svolgeva magari un evento di importanza nazionale o internazionale e di non averne trovato alcuna menzione. Certo, possono esserci delle sviste, ma quando si ripetono rispondono a precise scelte. I media hanno un potere sconfinato, e il silenzio è una tra le forme più diffuse oggi di censura, praticata in modo sistematico.
Se in tempi di regime erano precisi obiettivi a determinarla, oggi sono più semplicemente interessi di parte. È comunque sconcertante che a rivendicare il diritto alla libertà d’espressione, siano spesso i peggiori rappresentanti di tale diritto, negando obiettività nell’informazione.

Come ho scritto a proposito di un film di Marco Bellocchio (La libertà dell’artista, in Immagini del potere. Il cinema di  Marco Bellocchio, Le Mani, 2009), chi è senza appoggi può solo “sparire”: ”Dopo tanti torti subiti… quest’anno il cinema italiano mi avrebbe riconosciuto… Ma vince un film mediocrissimo… Le parrocchie del cinema italiano, della sinistra, del centro… la destra no, non conta… Le bande si cercano, si contattano, si accordano, si scambiano i voti…” dice uno dei personaggi del film (Il regista di matrimoni), in un discorso in cui emerge che l’espressione artistica è compressa quando non soffocata da logiche e strategie che più che promuovere l’arte e la cultura hanno finalità di altro genere. Che sia per ottusità, invidia, opportunismo o spirito di consorteria, la qualità, il merito vengono ignorati, oscurati, non si dà  spazio alle eccellenze e si enfatizzano le mediocrità. E forse è giusta la sua conclusione, all’artista non resta che morire o darsi per morto: “C’e un solo modo per vincere: morire, tutti devono credere che sei morto… i necrologi parlano di ingiustizie, di risarcimento… I grandi intellettuali fanno autocritica in pubblico, i professori universitari che mi consideravano zero oggi obbligano i loro studenti a laurearsi su di me”. 
Forse davvero darsi per morti è l’unico modo per ovviare alla censura culturale, i morti non disturbano, non fanno ombra a nessuno.

ANNA ALBERTANO


Alice Vezzali - Chi ha paura della censura?

Ti invito ad associare la parola censura ad una immagine...non barare (mi raccomando) deve essere la prima che ti viene in mente!
Provo ad indovinare: hai pensato a delle catene? O forse ad un bavaglio o ad un tipo losco che distrugge preziosi manoscritti?

Sono sicura che non hai visualizzato un paladino della Giustizia. Perchè?
Sei davvero così sicuro che la censura abbia sempre e per forza una accezione negativa?

Facciamo un po' di ricerche:
Costituzione italiana - so che la conosci a menadito ma repetita iuvant – art. 21, co. 1 “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”.
Ah, ottima notizia puoi dire tutto ciò che ti aggrada, quando, come e dove ti pare…vedi i padri costituenti? Loro si che erano garanti dei diritti dell'uomo!
Sempre Costituzione italiana - so che la conosci alla perfezione ma repetita semper iuvant – art. 21, co. 6 “Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.”.

Ed è qui che casca l'asino!
Già ti sento mormorare che il concetto di buon costume è troppo manipolabile ed indeterminato e si presta a facili strumentalizzazioni; e non parliamo poi del termine “reprimere” che fa subito regime dittatoriale. Vedi? I soliti italiani: fatta la legge fatto l'inganno!

Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo – qui non si scherza! - art. 19, co. 1 “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, riceve e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

Ecco! Finalmente, basta limiti, basta futili restrizioni...siamo sicuri?
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo – qui si continua a non scherzare - art. 29, co. 2 “Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.”.

Orpo, che elenco di limiti...meglio la Costituzione che mette come unico limite il buon costume, vero?
Dai, lo so che stai pensando che non è colpa tua se il mondo è pieno di bacchettoni e di menti frigide.

Che le tue poesie, testi, scritti, registrazioni, comizi, dialoghi con lo specchio, soliloqui e sproloqui vari non possono nuocere perché l'arte è libera, libero ne è l'insegnamento (bravo, lo so che hai colto anche questa citazione della nostra Costituzione) e ogni manifestazione artistica anche culturale e ciò non può che essere un arricchimento per le menti.

Ah, le menti! Pieno è il mondo di menti brillanti, sensibili, geniali.
Beh, se è per questo, il mondo è anche pieno di menti facilmente plasmabili, fragili o malate, che non sono in grado di recepire criticamente una manifestazione di pensiero altrui.
E ti dirò di più, il mondo è ancora più pieno di menti permalose, irritabili e poco inclini alla burla. Menti violente, menti irrazionali.

Ti sei mai chiesto quante cose frullano nella testa degli altri? Vuoi veramente sapere cosa frulla nella testa degli altri?
Forse, e specifico forse, sbirciando nel cranio del Dalai Lama potrebbe essere più facile trovare perle di pace e serenità rispetto a quello di Jihadi John.

Ora, sii onesto. Ritieni veramente che tutti possano esprimere TUTTO ciò che pensano?
Che la censura vada debellata in tutto e per tutto?
Se rispondi si (incondizionatamente però) ti ammiro, perché non è da tutti accettare serenamente, ad esempio, di essere pesantemente e pubblicamente insultati.
Cosa dici? Se ti do del pirla non è arte ma è ingiuria/diffamazione? Beh, allora te lo canto “lallalero trallalà sei un pirla quaraqua qua” - che la musica sia un'espressione artistica non ci sono dubbi – così siamo tutti felici e tu ti senti già meno pirla.

Io rispondo no. La censura deve rimanere.
Per impedire che venga mascherata da espressione artistica qualsiasi forma di apologia di reato; che si strumentalizzi quanto di più poetico la nostra millenaria cultura ha saputo donarci per fomentare violenza, follia ed odio.
Perchè l'arte è arte e non può essere il paravento delle cazzate.
Altrimenti saremmo tutti artisti (e in circolazione ce ne sono veramente già tantissimi).

Se hai paura della censura probabilmente è perché intimamente sai che quello che stai per esprimere al 99% è vietato dal codice penale o da altre leggi...a piacimento.
Ecco, fermati finché sei in tempo, passa al pensiero successivo, che il tuo pensiero quello sì che è libero e nessuna censura (se non tu stesso) lo potrà mai fermare.

Nota. Questo articolo è intenzionalmente provocatorio e superficiale nel trattare un tema straordinariamente articolato ed affascinante come quello della libertà di espressione vs la censura in tutte le sue forme. Occorrerebbe delimitare sia il luogo (la libertà di espressione in Olanda e in Siria è diversa) sia il periodo temporale (Negli anni '40 era più difficile esternare senza conseguenze le proprie idee rispetto ad oggi) tanto per iniziare.
L'intento è quello di evidenziare come la libertà di espressione nella sua più larga accezione non può che avere limiti per evitare degenerazioni e tutelare i soggetti deboli.
Ciò non significa, per contro, che la censura debba fungere da mannaia contro tutto ciò che si discosta dal pensiero dominante.


ALICE VEZZALI


Lydia Buchner - Censura

la Censura ha mille facce e sfaccettature, una delle più incisive è forse l'AUTOcensura che ci imponiamo spesso inconsapevolmente; magari perchè non vediamo più spazi di azione o almeno margini di spazi di azione e pensiero.
Non resta che entrare in gioco per mantenere/difendere/ampliare i margini degli spazi di azione (Handlunngs/azioni-Spiel/gioco-Raeume/spazi) per (ri)conquistare millimetro per millimetro libertà che i mondi nei quali viviamo cercano costantemente di censurare.

LYDIA BUCHNER , Ass. Culturale Oltre...

Tore Panu - Contributo critico alla Carta dei Diritti Civili dell'Artista

Seguo da anni, quando e come posso, l'iniziativa Music Freedom Day, grazie all'invito sempre rinnovatomi personalmente dalla promotrice Chiara Stefani. Recentemente ho tradotto in francese la Carta dei Diritti Civili dell'Artista, alla cui elaborazione e stesura non ho potuto partecipare. Ho quindi letto molto attentamente il testo per tradurlo e pur apprezzando l'iniziativa preferisco non dilungarmi qui negli elogi e nel sottolineare i tanti aspetti interessanti di questa iniziativa e la stima personale, ma esprimere piuttosto, con sincerità e rispetto per il lavoro fatto da altri, i miei dubbi e le mie perplessità.
Premetto che in generale le “Carte”, i “Manifesti”, le “Dichiarazioni”, hanno per me una importanza relativa, nel senso che tendono a una generalizzazione, a una sintesi, a una cristallizzazione delle problematiche che spesso limita la loro importanza storicamente, sovente pochi le rispettano, diventano come dei fari a volte un po' ideologici che non illuminano abbastanza i micro-fenomemi quotidiani e locali.
Venendo al dunque, la prima domanda che mi pongo, leggendo la carta, è: chi è l'Artista di cui si parla? Chi definisce questa figura sociale? Chi si auto-definisce Artista? Chi viene definito Artista?
C'è forse in generale una confusione di fondo nel mischiare problematiche inerenti i diritti umani con altre che riguardano i diritti civili e sociali sotto forma di rivendicazione di ordine piuttosto sindacale.
Proseguendo nella confusione mi pongo la domanda conseguente: cos'è l'Arte di cui si parla? Chi definisce che una pratica o un'opera è Arte nella società? Di quale società? Passata? Futura? Presente? Occidentale? Bolognese? Degli indios di tutto il mondo in via di estinzione? Degli zingari? Di Sanremo? Dei jazzisti? C'è un problema di ordine estetico.
Intravedo inoltre una confusione di piani generali (i primi due articoli tipici di una Dichiarazione Costituente) e particolari (rivendicazioni specifiche tipiche di normative e applicazioni di legge).
Nel mondo in cui viviamo nessuno oserebbe negare la validità dei primi due articoli, il discorso si fa quasi ovvio e scontato, proprio perché già sviscerato da altre Costituzioni e Dichiarazioni Universali ormai largamente accettate teoricamente. E' piuttosto nelle condizioni pratiche che riguardano gli altri articoli che le cose si fanno più ardue. Penso che sarebbe meglio separare il discorso e farne delle vere e proprie rivendicazioni, ma a questo punto diventano per forza problematiche locali e non generalizzabili a tutta l'umanità. Inoltre l'articolo 2 parla di “patrimonio” e “valore”, due termini economici che mi piacerebbe provocatoriamente sostituire con “matrimonio” culturale e “uso” sociale delle pratiche artistiche.
Venendo alle “rivendicazioni”, personalmente non so se aderirei ad una campagna per ottenere il riconoscimento burocratico di nuove “categorie professionali”, anzi, forse è proprio la “professionalizzazione”, illichianamente parlando, il problema. Il nocciolo duro è proprio nel tentativo di uscita da una logica di mercato e di spettacolarizzazione, di mercificazione, poco importa se quella logica è etero-gestita o auto-gestita, anzi, forse ci hanno colonizzato il mondo della vita (Habermas) e l'immaginario (Castoriadis) se abbiamo interiorizzato quella logica e la auto-produciamo noi stessi.
Non si può poi generalizzare la questione dell'artista-autore, perché ci sono culture in cui non esiste questa concezione, sia storicamente sia oggi nel pianeta terra, culture in cui l'individuo è singolare ma non autistico o egocentrico al punto di pensare di essere produttore di brevetti ad ogni scoreggia che gli esce per sbaglio.
Siamo parte del mondo in cui viviamo, siamo interpreti del mondo in cui viviamo, più o meno geniali e più o meno riconosciuti, più o meno utili agli altri, più o meno inutili agli altri, tutto qui, il resto sono questioni commerciali che riguardano le merci artistiche e umane.
Per quanto riguarda la “performance”, è un termine che viene spesso utilizzato oggi in ambito economico e spesso riguarda logiche “competitive”, cercherei quindi di trovare altri termini che esprimano meglio la condivisione di un “Duende”.
Per ciò che concerne la “formazione” devo dire che personalmente ho sempre prediletto l'auto-formazione e penso che la scuola pubblica sia molto diversa da una scuola popolare realmente autogestita collettivamente.
Questi sono solo alcuni spunti di riflessione anche un po' istintivi e non una critica polemica alle intenzioni dei redattori della Carta, spero di continuare a riflettere con voi tutti e vi saluto tutti non potendo partecipare il prossimo 5 marzo 2016.
TORE PANU

Gabriele Xella - Apri le finestre

Il poeta Allen Ginsberg scrive “ la schiettezza pone fine alla paranoia”, “il dentro del cranio vasto come l’universo”.
Pensandomi e liberandomi come un uccello ingabbiato da queste parole, sarò cosi reale come verità che pone pietra su pietra, zolla su zolla, da non poter tornare indietro. Librandomi.
Se la parola censura e tutto il suo interno esiste, essa esiste come verità assoluta, intendo è dentro – malgrado – ognuno di noi, sin dalla nascita e dai
primi scoprimenti della vita. Ed è costanza martellante, aurea genitoriale e catasto di ogni regola morale spiccia non scritta ma cristianamente 
regolata da una fantasmica società.
Non posso affondare sulle questioni mondiali, non conoscendone appieno i sistemi di linfa di cui la censura si nutre – so, e sappiamo, come in alcuni parti del mondo essa porti alla carcerazione, alla morte !!, alla depennazione dei diritti, al silenzio come mano alla bocca che stringe forte, dell’universo femminile deriso e violato, al non detto. So, e sappiamo che resistono ed esistono taciti accordi tra forze politiche, stampa, relazioni, media, partitiche differenze ideologiche azzerate per far convogliare tutto verso la grande menzogna, la più bieca menzogna alle spalle di chi alza il grido, alza la mano, ponendone la questione alla luce del sole, alla luce della luce veritiera! – e mi fermo sotto la strada di casa, nella città, nelle luci di occidente. La paranoia della censura!
Sin da bambini sono poste regole, dogmi – e questo non è un male, un ragazzo che conosce la via di casa potrà sempre allontanarsi dove vuole – ma, entrando, ciò che ci fa diventare menti pensanti libere è coltivare l’amore, la luce, l’immaginazione, la passione, la curiosità! La curiosità!! Pura e vera linfa della mente, che insegna ad approfondire i segreti, i sistemi, e nello scontro adulto della vita, a indagare, a capire il vero, il dietro delle cose, il reale. Per cambiare e trovare pace. La vita è lucentezza, la vita è sofferenza. A noi scegliere i pesi e i ricami.
Bene, i giorni che vedo nelle mie città sono silenzi, ci si è abituati a non confrontarsi, a frettarsi per  una foto, ad un apparente sensorialità felice, ma ancora e ancora oggi i ricchi sono più ricchi e i poveri sempre più poveri, e i bar sempre più vuoti e silenziosi. Le piazze manifestano a massa, ma non si parlano. Forza per il potere della censura! La censura come nebbia, come ghiaccio secco, si muove tra noi guidata dai potenti – uomini instupiditi dal potere e credenti della bugia buona che non vinceranno mai – per rendere fertile il loro appezzamento. Media corrotti, libertà di stampa effimera, partiti di cartone, facce col cerone – e non esistono differenze sappiate - pronte a togliere quella curiosità al bimbo che esce sul mondo.
Ma noi lo sappiamo! Sappiamo la verità! E la scriviamo nel nostro cuore di modo che la nostra bocca parli in automatico! 
La censura è una tremenda paura! Una paura che si ha dentro!! Di non saper spiegare a domande di cui spaventano le risposte, e – una volta divenuta “lavoro” – paura di essere scoperti, presi, come la pericolosità di una diga e un rubinetto aperto!
L’immaginazione scardina i confini, la curiosità dona raccolti, create armi col vostro cuore, create lunghe spade di fiori e sorrisi, andando incontro a questa loro paura, il male che ci si farà sarà meno doloroso, meno rapace, meno silenzioso sempre delle vostre grida canto.
Decidete quale sia l’intonazione del vostro canto, e non abbiate paura di andare dentro voi. Li, non esistono segreti. Solo orizzonti, dove poter scoprire, che poeticamente la sofferenza della vita può essere anche guidata dalla leggerezza di farfalla.


lunedì 15 febbraio 2016

Pino de March - Convergenze molteplici in mondi inseparabili e comuni

Convergenze molteplici in mondi inseparabili e comuni

Parteciperò anche quest’anno alla 5 edizione del MFD,  e m’immagino per il carattere riflessivo e  la prassi degli artisti(e) partecipanti che emerge come sotterraneo agire immaginale e sovversivo dei linguaggi e della vita e da un manifesto impegno civile nella città.,
non si caratterizzerà come stanca abitudine a ritrovarsi proprie   di diverse passate aggregazioni, ma
a dialogare–in uno spazio dei comuni- sullo stato dell’arte –nelle singolari forme d’espressione
tendenti alla reciproca contaminazione e dei rischi di censura ed autocensura nel nostro essere poetico e pubblico- e sulla reattività sociale, virale e manifesta in forma di aperto rancore sociale(o passioni tristi per usare un’espressione spinoziana) in primis verso i migranti, ma anche verso chiunque ritenuto possa intralciare la nostra affermazione-sopraffazione,  ormai affetti come siamo da
questo cinico spirito predatorio senza legami in una società ormai liquefatta. Ricordate la memorabile frase :stai sereno!);
Passioni tristi e diseguaglianze sociali hanno impregnato il nostro mondo di vita di sofferenze di varia natura,a cui siamo tutti esposti e che non può lasciarci né indifferenti e nemmeno vederci complici.
Questo meeting art potrebbe diventare una buona occasione per riprovare a ripensare nuove forme di connessioni artistiche e sociali e progettualità in città, come da anni ci viene proposto dagli organizzatori di questo MFD, per esplorare nuove disobbedienze all’esistente liberista affermando  nuove libertà , nuovi linguaggi  e nuove forme di vita attiva.
Una nuova forma di libertà che rovesci la logica neo-liberale dominante consistente in una strana libertà: libertà di dominare l’Altro che ci compenetra: gli altri, la società, la natura e chi ci è straniero. Sperimentare nuove forme di vita partendo dal presupposto di  non pensarci più come monadi o individui isolati e sovrani assoluti che stabiliscono a loro discrezione contratti con la natura, con gli altri e la società ma piuttosto come una convergenza di molteplici (con pochi gradi di separazione) che ci compenetrano in mondi di vita inseparabili e in-contrattabili.
Che ce facciamo di questa libertà e individualità proprietaria che desertifica i mondi di vita, che semina tempeste climatiche, guerre infinite, aumenta esponenzialmente le diseguaglianze nel mondo, muove l’invidia e l’odio sociale tra i margini e gli scarti e non verso quelle concatenazioni oligarchiche che trasformano le periferie in gironi di inferno terrestre?
Aggregare e ri-generare una nuova soggettività costituente immaginari e scenari attivi di consapevolezza e rivoluzione antropologica e culturale.
La destabilizzazione di intere aree del medio-estremo oriente provocato  dalle  guerre democratiche petrolifere e le crescenti  diseguaglianze hanno evocato nelle periferie del’impero la nascita di una strana teologia che indica come via di ‘liberazione’ il rancore e l’odio contro la cultura occidentale tout court (o educazione occidentale come peccato) fanaticamente indicandola  come responsabile della loro disperata vita. (o mettere all’Indice).
E in quell’orrido gesto del taglio della gola dei prigionieri del Daesh  non  c’è solo l’espressione più im-potente della censura poltico-religiosa (come fu la mordacchia per Giordano Bruno o il rogo per gli eretici e le donne sagge) ma anche la minaccia più acuta a tutti coloro che usano la ‘gola’ come forma d’espressione e di critica. Forma di terrore che non ha solo scopo di togliere vita e parola ai prigionieri ma di terrorizzare le società aperte spingendole alle limitazioni dei diritti civili e all’autocensura (contro-riformandole dall’esterno)Non solo ridurre a silenzio le nostre ultime voci critiche,già marginalizzate dal pensiero unico(diventa capitale umano)  ma seppellire con le nostre ultime voci indignate d’occidente anche quell’insorgenza giovanile e popolare che furono le primavere arabe.C’è bisogno di far emergere una soggettività intraprendente critica verso una declinate società dello spettacolo di questa  ‘finis Europa’(declino europeo) ma anche capace di unire le sponde del Mediterraneo o di qualsiasi riva rivendichi singolari convergenze molteplici  e comunanza.
Una soggettività appassionata e in controtendenza creatrice di eventi,gesti e segni e suoni,  che trasformino questa diffusa complice passività e  triste vita sociale, attivando gioiosi cambiamenti che possano lasciare tracce nel tempo anche quando diventano rovine.
Ci si attende una nuova indignazioni artistica e culturale neo-marxiana-(illuminista-critica)  che disattende  lo spirito dominante che spinge il divenire delle arti  ad alienarsi in capitale umano(riduzione a prestatore d’opera nel/per il mercato degli artisti o fiera delle arti).
si auspica emerga dalle periferie e dagli spazi di ricerca ed sperimentazione pubblica e sociale
(università, accademie, scuole, laboratori e cantine  nuove prassi artistiche radicali ed esistenziali informate allo sviluppo umano(che significa sviluppo globale esistenziale, estetico,ecologico,sociale ed antropologico). Una nuova rivoluzione culturale ispirata alle volontarie comunanze e alla cooperazione singolare e comune.

Pino de  March, poeta e ricercatore liberato


Nadia Cavalera - Pensées in libertà vigilata

La scrittura sia essa poesia, narrativa, saggistica o drammaturgia rappresenta la testimonianza unica di chi l’ha prodotta. Censurarla è discriminazione umafemìna (relativa all’uomo e alla donna, ndr), esercizio capillare di razzismo mentale.

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Ammesso che si riesca ad ottenere la piena libertà di parola, siamo sicuri che essa corrisponda ad una piena libertà di pensiero? Il nostro condizionamento è così millenario da risultare ormai controrivoluzionario

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Tutti dovrebbero essere messi in grado di scrivere il libro (singolo o multiplo) della propria vita perché essere poeti è questo e questo soltanto.

Ma c’è chi riesce a dare la propria testimonianza raccontando in parole la musica della sua esistenza innervata alle immagini che l’hanno animata, e chi no.
Ecco la prima e più grande offesa che può farsi all’umafeminità: l’autocensura per l’altrui costrizione dura.

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Chi censura i libri li legge, chi li ignora li dileggia, chi non li scrive si sfregia (: e il modo boccheggia)

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il mondo è di pochi violenti che non possono permettere che la consapevolezza di ciò si diffonda sino a mettere a rischio la loro assoluta predominanza su tutti gli altri, vittime senza appello (con l’eccezione di qualche corvo fratello)

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la verità oscurata è una menzogna onorata

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sarebbe tempo ormai di censurare i censori, sporchi sfruttatori senza onori

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Siamo tutti sotto censura continua e dura ma per non rendercene conto i padroni ogni tanto si dilettano a darci in pasto qualche caso più eclatante (: per loro esilarante) di verità rivelata

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Ammesso che tutti riuscissimo a scrivere i libri che vogliamo e come vogliamo senza tema di limitazioni esterne, saremmo soggetti comunque ad una censura: quella del più ferrato o raccomandato nella diffusione e distribuzione (: la totalità non ha stato).